Reel Injun, il film

Reel Injun, il Film

A volte ci sono delle confluenze nella vita che la rendono misteriosa. Non abbiamo ancora finito di parlare dello sciagurato video “La Danza degli Indiani” oggetto del nostro post precedente, che leggiamo questo articolo, su un film che parte dalle nostre stesse riflessioni e tutto l’umile lavoro che stiamo facendo in questo Blog riguardo la necessità di eliminare gli stereotipi e correggere l’immaginario collettivo. Un enorme ringraziamento lo indirizziamo a Neil Diamond, che con questo prezioso film mette a nudo proprio quell’immaginario fantastico (e falso) che tanto pesa su tutti i Popoli Nativi Americani.
TORONTO – In un secolo l’industria del cinema ha sfornato più di 4000 film sugli indiani d’America. Immagini che hanno fatto il giro del mondo, plasmando l’immaginario di tutti e tracciando una linea invisibile ma netta fra cowboy e indiani, quasi un confine manicheo, che più della Storia ha stabilito vinti e vincitori. «Se eri un bambino nativo lo sapevi: a cowboy e indiani, di sicuro, non potevi mai vincere», riassume in una frase Jesse Wente, critico cinematografico e presidente del Native Earth Performing Arts, la più vecchia compagnia teatrale di aborigeni del Canada.
Ma in che modo queste pellicole e gli stereotipi che ne sono derivati hanno influenzato la percezione di sé degli aborigeni? Se lo è chiesto Neil Diamond, regista indiano della tribù dei Cree di Waskaganish, un villaggio di 2000 anime affacciato sulla baia di James, nel Nordest del Québec. Diamond è partito da lì con questa domanda in testa e una telecamera e ha attraversato il Canada e gli Stati Uniti fino a Hollywood, visitando molte riserve e fermandosi a intervistare registi, attori e aborigeni. Ne è nato un documentario, Reel Injun, uscito nelle sale il 19 febbraio, che ripercorre attraverso centinaia di citazioni cinematografiche la storia sulla schermo di “bianchi e pellerossa”, mettendone in evidenza errori storici e stereotipi. «Non potremo mai cambiare l’immaginario collettivo. Sulle copertine dei romanzi rimarremo sempre “i guerrieri Cheyenne”», dice l’attore nativo Adam Beach, vincitore di un Gloden Globe Award, accettando ormai con rassegnazione uno degli stereotipi più radicati. Dietro la telecamera di Diamond ci è finito anche una leggenda di Hollywood che di Western se ne intende, Clint Eastwood. «Una volta sul set il regista voleva un indiano vero – ricorda l’attore e regista mentre sul video scorrono le immagini dei suoi film girati nel “selvaggio West” – ma non riuscimmo a trovarne uno». Ma nel documentario c’è anche il girato del momento storico in cui l’attivista aborigena Sacheen Littlefeather, Piccola Penna, salì sul palco del Kodak Theatre per ritirare l’Oscar di Marlon Brando vinto col Padrino. Era il 1973 e i residenti della riserva di Pine Ridge, nel Sud Dakota, appoggiati dall’America Indian Movement, si erano asserragliati nello stesso posto dove quasi un secolo prima i “bianchi” avevano massacrato i loro avi, Wounded Knee. La protesta per attirare l’attenzione del governo sulle condizioni di vita nelle riserve durò 71 giorni e terminò con la resa dei nativi, due (indiani) morti e alcuni (poliziotti federali) feriti. Brando non volle andare a ritirare l’Oscar e incaricò Piccola Penna proprio per riportare i riflettori dell’America e del mondo su quello che stava succedendo a Wounded Knee. Lei, bellissima, salì sul palco col vestito tradizionale e le trecce da “squaw”, ma nel documentario rivela a Diamond che dopo l’intervento le chiesero se avesse noleggiato «il costume». «Non pensavamo che saremmo usciti vivi da Wounded Knee e avevamo il morale sotto i piedi – racconta Russell Means, uno degli attivisti che partecipò all’occupazione – L’intervento di Brando e di Sacheen ci ha letteralmente salvato la vita». Secondo Jim Jarmusch, regista “american indie”autore anche di Dead Man con Johnny Depp, nonostante le migliaia di pellicole dedicate agli indiani «la cultura americana vuole perpetrare l’idea che i nativi sono figure quasi mitologiche, che, come i dinosauri, non esistono». Alla fine del viaggio, reale e simbolico allo stesso tempo, Diamond torna fra i “dinosauri” della sua riserva dove i bambini giocano a cow boy e si rende conto che la risposta era lì. Perché come dice John Trudell, poeta, attore ed attivista nativo, «non siamo né indiani né nativi americani. Siamo persone, esseri umani».
Fonte: Corriere.com
Il Canale Youtube di Reel Injun
Il sito ufficiale del film
Nativi Americani quando vi pare

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